Cannabis light: Seminario sulla sentenza della Corte di Cassazione n.4920/2019

Seminario online, venerdì 15 febbraio ore 15.30 in diretta skype l'avv. Giacomo Bulleri , esperto di settore, commenterà la sentenza della Corte di Cassazione n. 4920/2019

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Causale: seminario sulla sentenza n.

4920/2019

Tematiche trattate:

CANAPA INDUSTRIALE
Un microsettore normativo autonomo tra il carattere di specialità rispetto alla
normativa degli stupefacenti e la libertà individuale.

Da tempo tutto il settore della canapa industriale attendeva una presa di posizione chiara da
parte delle Autorità competenti sulle varie questioni sorte intorno al fenomeno della cd.
cannabis light.
Tale necessità si era rafforzata ancora di più a seguito degli ultimi episodi in cui erano stati
eseguiti sequestri di canapa negli esercizi commerciali ed a seguito delle risoluzioni
presentate da parti politiche notoriamente avverse al mondo della cannabis.
Tale intervento è finalmente arrivato da parte della Suprema Corte di Cassazione, Sez. VI
penale, che con la sentenza n. 4920/2019 ha effettuato un’interpretazione della normativa
esistente rispettosa della ratio giuridica ed ispirata allo tanto auspicata logica e buon senso.
La Corte si è pronunciata sostanzialmente su tutti gli aspetti, civili, amministrativi e penali
inerenti alla canapa industriale con particolare focus sulla vexata quaestio delle infiorescenze,
apparentemente “dimenticate” dal legislatore nella stesura della L. n. 242/2016.
Ma andiamo ad analizzarne i vari aspetti.
Ratio della L. n. 242/2016
Innanzitutto viene riconosciuta la chiara ratio della legge in questione, ossia il sostegno e la
promozione della intera FILIERA agro-industriale della canapa industriale con le sue
applicazioni affermando una serie di corollari che rappresentano le pietre angolari della
materia:
1. ”Il legislatore non ha promosso solo la coltivazione, ma espressamente
l’intera filiera agroindustriale della canapa” andando a ricomprendere anche tutte
le fasi successive alla mera produzione agricola.
Osserva infatti correttamente la Suprema Corte che se la legge promuove e sostiene
una filiera agroindustriale, la commercializzazione dei prodotti da essa ottenuta
rientra nella “natura dell’attività economica” stessa.
Ciò anche in virtù della semplice considerazione che se, come noto, la normativa
comunitaria riconosce alla canapa industriale il carattere di “prodotto agricolo” e di
“pianta industriale” e quindi non possono sussistere ostacoli circa la
commercializzazione della canapa greggia, al tempo stesso, anche il commercio al
dettaglio (che nelle logiche dinamiche commerciali ne rappresenta il naturale
prosieguo) deve essere consentito.
La Corte di Cassazione ritiene infatti di aderire alle interpretazioni già fornite da alcuni
Tribunali di merito (Trib. Ancona, 27.07.2018, Trib,. Rieti 26.07.2018, Trib. Macerata,
11.07.2018, Trib. Asti, 4.07.2018) e dalla dottrina (ampiamente sostenuta sia dallo
scrivente www.studiolegalebulleri.eu sia dall’Avv. Carlo Alberto Zaina in Stupefacenti e
Diritto) secondo cui la liceità della commercializzazione dei prodotti della coltivazione
di canapa industriale rappresenta un corollario logico-giuridico dei contenuti della L.
n.242/2016.
2. “La cannabis è una PIANTA, non un’unica sostanza chimica”.

Ogni pianta di cannabis contiene infatti sia il chemiotipo CBD che il chemiotipo THC;
ciò denota la perfetta comprensione anche sotto il profilo giuridico del fitocomplesso
che caratterizza la pianta di canapa.
Tale principio – incontestabile anche sotto il profilo scientifico – potrà avere un
importante riverbero su tutte le questioni attinenti alle destinazioni utilizzo lecite
previste dalla legge stessa.
Sul punto la Corte di Cassazione osserva come la L. n. 242/2016 indica le finalità per
cui la coltivazione della canapa è consentita “o meglio per le quali è promossa”, ma
non tratta della commercializzazione della canapa oggetto della coltivazione.
“Tuttavia”, osserva la Corte, “risulta del tutto ovvio che la commercializzazione sia
consentita per i prodotti della canapa oggetto del “sostegno e della promozione”,
espressamente contemplati negli artt. 2 e 3 della legge” rilevando come “La legge è
diretta ai produttori e alle aziende di trasformazione e non cita i passaggi
successivi semplicemente perché non li deve disciplinare”.
Sul punto, infatti, si era già argomentato come lo scopo di una legge di quadro è
quello di definire i confini giuridici di un settore rimettendo alle singole normative di
settore la disciplina delle varie modalità tecnico-operative ed esecutive.
Osserva infatti la Corte che “il riferimento alla tipologia di uso non comporta che siano
di per sé vietati per altri usi non menzionati”
Pertanto, considerato che il MIPAAF con la circolare n. 5059/2018 aveva già ricondotto
le infiorescenze alla categoria del florovivaismo di cui alla lett. g) dell’art 2 della L. n.
242/2016, si deve ritenere lecita la produzione e successiva commercializzazione di
tutta la pianta, infiorescenze comprese, che del florovivaismo ne rappresentano il
prodotto.
3. Definizione di canapa industriale e soglie di THC
La sentenza in commento ha l’ulteriore pregio di stabilire con chiarezza anche la
annosa questione dei limiti di THC e di sgombrare il campo da ogni dubbio su cosa sia
la canapa industriale di cui alla L. n. 242/2016.
La canapa industriale è la canapa coltivata da sementi certificate iscritte nel Catalogo
generale delle varietà delle specie di piante agricole, ai sensi dell'articolo 17 della
direttiva 2002/53/CE del Consiglio, del 13 giugno 2002, munita di regolare cartellino di
cui il coltivatore è obbligato alla conservazione unitamente alla fattura di acquisto delle
sementi ai sensi dell’art. 3 della L. n. 242/2016.
Sui limiti la Corte opera una accurata ricostruzione del quadro normativo comunitario.
Il limite dello 0,2% trova la sua ragione nel Reg. CE n. 73/2009 del Consiglio del
19.01.2009 in materia regime di sostegno diretto agli agricoltori. Lo scopo di tale
limite è quello di evitare che venissero erogati contributi a colture illecite.
Da osservare, inoltre, come tali considerazioni fossero fondate sulla inclusione della
canapa tra i prodotti agricoli cui si applicano le disposizioni del medesimo Trattato, tra
cui la “canapa greggia, macerata, stigliata, pettinata o altrimenti preparata, ma non
filata”.
La canapa, a livello comunitario, viene pertanto qualificata come prodotto agricolo e

come “pianta industriale” sia relativamente alla coltura che alla produzione di sementi
ai sensi del Reg. UE n. 220/2015.
La Cassazione ha chiarito che in ogni caso la normativa comunitaria agricola non può
certamente incidere sulla normativa penale interna di uno Stato membro, ma che
comunque aveva già risolto il problema della commistione tra canapa proveniente da
colture lecite e canapa con possibili effetti stupefacenti stabilendo un tenore massimo
di THC quale limite per gli aiuti economici agli agricoltori .
Seguendo tale impostazione la Corte ha individuato la ratio delle previsioni di cui
all’art. 4 della L. n. 242/2016 ossia il doppio limite 0,2%/0,6% prevedendo all’ult.
comma di tale articolo che lo 0,6% sia il limite per cui la coltivazione di canapa è
conforme alla legge.
Ne deriva inevitabilmente che “In altri termini non lo 0,2%, ma lo 0,6% è la
percentuale di THC sotto del quale la sostanza non è considerata dalla legge
come produttiva di effetti stupefacenti giuridicamente rilevanti”
Tale considerazione implica due ordine di considerazioni:
a) La L. n. 242/2016 si pone chiaramente come lex specialis rispetto alla normativa sugli
stupefacenti di cui al DPR 309/1990 che viene definito come un “micro-ordinamento
complesso” che contiene (artt. 72-86) una sezione dedicata alla “repressione delle
attività illecite”.
Tale impostazione riconduce la materia della canapa industriale nei corretti binari di
regola-eccezione e determina “il configurarsi di un microsettore normativo in
radice autonomo per la cannabis proveniente dalle coltivazioni consentite”.
Tale concezione determina il venir meno di tutte quelle argomentazioni sottese ai
provvedimenti di sequestro emessi dalle Procure della Repubblica ed in alcuni casi
avallate dai Tribunali del riesame, secondo cui le guarentigie dell’agricoltore non si
sarebbero estese ai commercianti e soprattutto secondo cui non vi sarebbe stato uno
spazio per le infiorescenze in quanto non menzionate espressamente nella legge.
b) Ma soprattutto l’interpretazione della Corte di Cassazione incide in maniera molto
marcata sulla tutela della sfera della libertà individuale e del suo rapporto con gli altri
principi costituzionali (di cui si erano occupati e preoccupati sia il CSS con il parere del
21.06.2018 sia il Ministero dell’Interno con la circolare del 31.07.2018).
La soglia dello 0,6%, infatti, costituisce – secondo la Corte – un “ragionevole
equilibrio” sancito dal legislatore tra “le esigenze precauzionali relative alla
tutela della salute e dell’ordine pubblico e le (in pratica inevitabili)
conseguenze della commercializzazione dei prodotti della coltivazioni”.
Ne consegue che non può incorrere in alcuna sanzione né il commerciante che vende
le infiorescenze né il consumatore che ne viene trovato in possesso non trovando
spazio l’applicazione né dell’art. 73 né dell’art. 75 DPR 309/1990 per il semplice fatto
che non si tratta di SOSTANZA STUPEFACENTE.
Osserva correttamente la Corte come “La questione va inquadrata nel corretto
rapporto fra i principi fondamentali dell’ordinamento che considera le norme
incriminatrici come (tassative) eccezioni rispetto alla generale libertà di
azione delle persone per cui eventuali ridimensionamenti delle loro portate

normative non costituiscono eccezioni (norme eccezionali non estensibili
analogicamente per il divieto posto dall’art. 14 preleggi) ma fisiologiche
riespansioni (ben estensibili analogicamente) delle libertà individuali, che nel
nostro sistema normativo non sono funzionalizzate (a differenza di quel che
vale per altre concezioni del rapporto Stato-individuo) a scopi pubblici e
restano espressioni individuali della persona”.
A parere dello scrivente tale passaggio costituisce un punto di riferimento nel campo
dell’interpretazione giuridica e della ponderazione degli equilibri costituzionalmente
rilevanti nel solco della migliore tradizione democratica e liberale, nonché baluardo
difensivo di ogni tendenza autoritaria ed illiberale che non può e non deve trovare
spazio nel nostro ordinamento.
4. La tematica dei controlli
Le considerazioni che precedono inducono la Corte di Cassazione a dettare alcune
statuizioni anche sulla problematica dei controlli.
Il commerciante non potrà pertanto essere punibile per l’art. 73 DPR 309/1990
laddove dimostri documentalmente la provenienza lecita delle infiorescenze da lecite
coltivazioni, denotando e sottolineando il valore della presunzione di legalità
(sostenuta più volte anche dallo scrivente, ndr) della documentazione (fiscale e di
trasporto) che accompagna un prodotto lecito.
Né potrà essere punibile ex art. 75 il consumatore trovato in possesso di cannabis light
dal momento che si tratta della “posizione di un soggetto che fruisce liberamente
di un bene lecito” risultando il limite dello 0,6% di THC la soglia sotto la quale la
cannabis non ha effetti psicotropi rilevanti giuridicamente ai sensi del DPR 309/1990.
“Della piena legittimazione dell’uso della cannabis proveniente dalle coltivazioni lecite”
osserva la Corte “deriva che il suo consumo non costituisce illecito
amministrativo ex art. 75”
La Corte detta infine anche indicazioni – in materia di campionamento e controlli – per
gli organi di Polizia, che negli ultimi anni hanno denotato notevole difficoltà ad
approcciarsi al fenomeno continuando ad applicare i metodi repressivi tipici della
repressione degli stupefacenti a prodotti che invece sono del tutto leciti.
“Se non è contestato che le infiorescenze sequestrate provengono da coltivazioni lecite
ex lege n. 242/2016, l’autorità procedente deve dare conto delle ragioni per le quali le
eventualmente le modalità di prelevamento, conservazione e analisi dei campioni” ai
fini della determinazione del THC “si discostano da quelle previste dall’art. 4 L. n.
242/2016” ossia dalle modalità indicate nell’All. I del Reg. 1155/2017.
Ciò determina una chiara inversione dell’onere della prova ponendo a carico degli
organi di polizia la prova che la canapa de quo non proviene da colture illecita ed
impedendo la discrezionalità sull’esecuzione dei sequestri presso gli esercizi
commerciali che dimostrino documentalmente la provenienza lecita della canapa.
5. Rapporti con la precedente giurisprudenza della Corte.
A parere dello scrivente le chiare statuizioni della sentenza in commento non risultano
neppure contrastanti, seppure ad una prima lettura potrebbe apparire, con quanto
precedentemente sancito dalla sentenza n. 56737/2018 che aveva rilevato come la

cannabis , in quanto contenente THC presenta natura di sostanza stupefacente a
prescindere sia per la previgente normativa che per la attuale, sempre che tale
sostanza presenti un effetto drogante rilevabile.
In primo luogo occorre rilevare che il caso analizzato da tale pronuncia riguardava
canapa con valori dello 0,7% (oltre la soglia dello 0,6%) e non si trattava di una
varietà proveniente da coltivazioni lecite dal momento che non era neppure stato
allegato alcun cartellino o documentazione attestante l’iscrizione delle sementi nel
Catalogo di legge.
In secondo luogo la cannabis è e resta una sostanza stupefacente laddove presenti
valori di THC superiori alla soglia stabilita dalla legge ossia se superiore allo 0,6%,
dato il carattere – ampiamente chiarito – di lex specialis della L. n. 242/2016 rispetto
al TU Stupefacenti e data l’incomprimibilità della libertà individuale come esposto dalla
sentenza n. 4920/2019.

Conclusioni
L’impostazione – estremamente chiara, lineare e rispettosa del dettato normativo
vigente – fornita dalla sentenza n. 4920/2019 concorre (speriamo definitivamente) a
chiarire gli aspetti sinora “dubbi” del settore canapa industriale, nonché a portare una
ventata di libertà e democrazia che sicuramente sarà di aiuto a tutto un settore che,
meno di due anni, da un lato, ha dimostrato di essere molto attrattivo sotto il profilo
economico ed occupazionale e, dall’altro, in cui gli operatori del settore si sono distinti
per la propria maturità chiedendo a più riprese regole chiare ed addirittura
autoregolamentandosi con Disciplinari di Produzione e norme volontarie che ben si
inseriscono e potranno contribuire a sviluppare ancora di più quel “microsettore
normativo in radice autonomo per la cannabis proveniente dalle coltivazioni
consentite” (ricalcando le orme del biologico negli anni 80) in modo da poter creare
un modello esportabile nel resto dei Paesi Europei.
La sentenza in commento potrà peraltro essere di aiuto a tutta la filiera della canapa
legale italiana sancendo un limite certo tra legalità ed illegalità, cos’ da poter
chiaramente individuare ed escludere dal mercato i prodotti non conformi alle
previsioni di legge: provenienza da sementi certificate e soglia dello 0,6%.
Se ciò accadrà dovremo rendere merito ai magistrati della VI sezione penale della
Suprema Corte di Cassazione.
Livorno, 31.01.2019 Avv. Giacomo Bulleri