CANNABIS LIGHT: tra Cassazione e sequestri. Mantenere la calma, evitare gli allarmismi!

CANNABIS LIGHT: tra Cassazione e sequestri. Mantenere la calma, evitare gli allarmismi!

In questi ultimi giorni si sono susseguite notizie che hanno destato l’attenzione e la preoccupazione degli
addetti ai lavori e degli operatori del settore canapa.

Da un lato, infatti, sono circolate anticipazioni sulle decisioni della Suprema Corte di Cassazione che si è
pronunciata su alcuni ricorsi presentati sia dai PM avverso i decreti di dissequestro di cannabis light da parte di
alcuni Tribunale del Riesame sia – al contrario – da parte di alcuni commercianti avverso i sequestri convalidati.

Dall’altro, sono emerse alla cronaca le notizie circa le operazioni di polizia che in Puglia ed in Emilia Romagna
hanno portato a nuovi sequestri presso esercizi commerciali che vendevano cannabis light.
Su tali notizie il web si è letteralmente scatenato tra i soliti favorevoli e contrari, Guelfi e Ghibellini, alcuni con
toni allarmistici altri con toni trionfalistici, tutti comunque accumunati nell’invocare maggiore chiarezza e
certezza sulla materia.

A nostro avviso ogni commento circa le recenti sentenze della Cassazione appare al momento quantomeno
affrettato e rischia di essere fuorviante.

In primo luogo occorre infatti distinguere i casi in cui la Corte di Cassazione ha ritenuto i ricorsi (siano essi
presentati dal PM oppure dai negozianti) inammissibili da quelli in cui invece si è pronunciata sui motivi del
ricorso.

Il ricorso per cassazione, infatti, è – secondo le ultime riforme – sottoposto ad una sorta di “test di
ammissibilità” in cui viene valutata la “decisività, specificità e non novità” dei motivi di impugnazione, criteri il
cui contenuto è estremamente generico ed opinabile e devono pertanto essere verificati in base alla singola
fattispecie.

Peraltro spesso (e probabilmente troppo spesso), il filtro dell’ammissibilità viene utilizzato con un intento
deflattivo del carico di lavoro, ma, in ogni caso per ciò che ci interessa, appare evidente come un ricorso
dichiarato inammissibile è un ricorso sul quale la Corte non si è pronunciata sui motivi del ricorso e –
conseguentemente – non può costituire un precedente giurisprudenziale cui fare riferimento, soprattutto in
una materia dibattuta e giuridicamente nuova come quella della cannabis light.

Negli altri casi in cui la Corte di Cassazione si è invece pronunciata sui ricorsi – ritenendoli pertanto ammissibili
– non risultano ancora depositate le motivazioni dei provvedimenti, ossia ancora non si conosce l’impianto
logico-giuridico con cui la Cassazione ha trattato gli argomenti e, conseguentemente, è arrivata alla decisione.
Pertanto per poter commentare l’operato della Cassazione e trarre argomenti giuridicamente rilevanti e
spendibili nella vita quotidiana, occorre necessariamente attendere il deposito delle motivazioni perché
altrimenti rischiamo di cadere in un processo alle intenzioni, circostanza che di per sé alimenta ancora di più la
confusione e l’incertezza intorno alla cd. cannabis light.

Il tutto anche perché, a quanto risulta, la Cassazione sembrerebbe aver sostanzialmente confermato quanto già
stabilito dai Tribunali del Riesame nel corso del corrente anno 2018, ossia la sostanziale liceità della
commercializzazione delle infiorescenze nel rispetto dei limiti e dei requisiti della L. n. 242/2016.

Ogni ulteriore questione potrà essere definitivamente chiarita soltanto leggendo le motivazioni delle pronunce
della Corte di Cassazione ed in via definitiva – qualora tali pronunce lascino aperte questioni irrisolte o
contrastanti (ad esempio la nota questione del limite di THC ai commerci) – soltanto da una successiva pronuncia a Sezioni Unite.

Poiché i tempi di tale iter non sono sicuramente immediati, ma anzi si prevedono piuttosto lunghi, al momento
la situazione italiana della cannabis light non è certamente cambiata in virtù di quanto trapelato dalla
Cassazione, così come del resto non era cambiata a seguito del calderone mediatico scatenato dal parere del
CSS del 21.06.2018 e dalla circolare del Ministero dell’Interno del 31.07.2018.

Ed ecco che arriviamo al secondo tema di attualità ossia la nuova ondata di sequestri nei negozi di cannabis
light.

A quanto risulta l’attuale ondata di sequestri non prende le mosse – anche per semplici motivi temporali ed
organizzativi – dalle sentenze della Cassazione, bensì trovano origine e fondamento nelle preoccupazioni
espresse dal Ministero dell’Interno con la circolare dello scorso luglio, ossia nella tutela dell’ordine pubblico.

Già in tale circolare, infatti, il Ministero aveva espresso le proprie preoccupazioni su fenomeni che si erano
diffusi nella prassi: vendita di infiorescenze sfuse, in confezioni anonime o prive di etichetta, utilizzo da parte di
consumatori di contenitori della cannabis light regolarmente etichettata per celare altri tipi di cannabis ad oggi
illegali ed altre condotte potenzialmente illecite.

Da tali preoccupazioni (riassumibili nel concetto di ordine pubblico) il Ministero aveva emanato una circolare
per dare indicazioni alle Forze dell’Ordine rilevando come il contesto di presunta legalità in cui avviene la
vendita (ossia il negozio) non potesse rappresentare un elemento di per se stesso sufficiente ad escludere ogni
controllo o la legalità di quanto venduto.

Sulla scorta di tali considerazioni, il Ministero concludeva nella necessità di far prevalere in ogni caso l’ordine
pubblico eseguendo i controlli sui prodotti di cannabis light al fine di verificare il rispetto dei requisiti di legge.
Ecco, rileggendo la circolare alla luce degli avvenimenti di questi giorni, si denota una evidente applicazione da
parte delle Forze dell’Ordine delle disposizioni impartite dal Ministero.

Riteniamo opportuno valutare e monitorizzare con estrema cautela gli avvenimenti ed evitare allarmismi
ingiustificati né cadere in affermazioni affrettate e fuorvianti.

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Buon Natale a tutti!

 

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