Quali potrebbero essere le ricadute economiche di uno stop alla canapa light

Quali potrebbero essere le ricadute economiche di uno stop alla canapa light

In Italia dal 2016 sono nate circa un migliaio di attività commerciali, con un giro d’affari di 40 milioni almeno. I terreni coltivati a canapa sono diventati 4 mila ettari. Ma ieri il parere negativo del Consiglio superiore di Sanità preoccupa.

In Italia sono spuntati in ogni città, in ogni quartiere. Negozi che vendono canapa, derivati della canapa, dalla cosmesi agli scopi ricreativi, che, dicono i dati del Registro delle imprese, sarebbero almeno 850. Ma non è una stima facile perché se prima la canapa light la vendevano solo negozi specifici, oggi le infiorescenze di marijuana si trovano ovunque, anche nei bar e nei tabaccai. Per il Codacons questi punti vendita sono oramai “oltre mille”. Ma aumentano, a ritmo sostenuto, come aumentano i loro affari, con la stessa velocità che qualche anno fa toccò ai negozi di sigarette elettroniche.

Basta scrivere su Google ‘canapa’, o ‘cannabis’, che la mappa si riempie di punti vendita. In ogni città, in ogni angolo della penisola. Il parere del Consiglio superiore di Sanità che chiede al ministero di fermare la vendita della canapa light perché, se assunta in quantità consistenti potrebbe avere lo stesso effetto di quella che light non è, rischierebbe di mettere in ginocchio queste attività commerciali.

Il giro d’affari della canapa in Italia

Secondo Coldiretti il giro d’affari dei soli produttori di canapa in Italia è arrivato in pochi mesi da zero a 40 milioni di euro l’anno nel 2017. Gli ettari sono passati dai 400 del 2013 ai 4 mila. Ma ancora lontani dai 100 mila ettari di canapa che coprivano le pianure italiane fino agli anni 50, quando l’industria delle fibre sintetiche ha scalzato quella della produzione artigianale dei tessuti in canapa. Su queste coltivazioni poi è calata la scure della legge sulle sostanze stupefacenti del 1961.

Coldiretti giovani quest’anno ha partecipato a Seed&Chips, l’evento dedicato al futuro del cibo che ogni anno si tiene a Milano, con una serie di stand dedicati ai giovani coltivatori diretti della canapa. Per raccontarne le storie, i business. Tutti imprenditori molto giovani, l’età media è 30 anni, di ogni regione, piemontesi, friulani, emiliani, toscani che hanno deciso il loro particolare “ritorno alla terra” dopo gli studi per cercare un business in questo mercato. Cosmesi, infusi, agroalimentare, e ovviamente abiti, oggetti. Tutte attività nate dal 2016 con l’approvazione della legge numero 242 del 2 dicembre 2016 che conteneva le  “Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa” che ha quindi disciplinato il settore. Da allora in Italia è stato un fiorire di produttori, commercianti e startupche hanno legato il proprio business a quello di una pianta che negli Stati Uniti già muove un giro d’affari da miliardi di dollari.

Ma il mercato è in continua ascesa, e dai negozietti si è spostato nei bar, nei tabaccai, nei negozi che vendono i liquidi per le sigarette elettroniche. E se circa un migliaio di persone, tra coltivatori e dipendenti, sono impiegati nel primario della canapa (la sua coltivazione), la sua lavorazione e commercializzazione potrebbero contarne molti di più. Almeno altri mille se contiamo una persona per ogni negozio, ma anche questa stima e complicata e potrebbero anche essere il doppio.

20 mila euro per aprire un’attività commerciale

A sentire i loro proprietari in queste ore, traspare una certa agitazione. E preoccupazione. “Perché ho deciso di aprire questo negozio? In primo luogo volevo fare l’imprenditrice,  e finora si è trattato di un un mercato in crescita. E poi credo di fare del bene alla società con un business che promuove l’uso di una pianta invece che pasticche”. Chiara, 33 anni, ha aperto da poco un canapa shop nel quartiere di San Lorenzo a Roma.

Un investimento che, come è nella media, è stato di 20 mila euro per iniziare un’attività che oggi è legale perché in questi negozi si vende un tipo di erba che non contiene una percentuale di principio psicoattivo (thc) non superiore ai limiti di legge (0,6%). “Voto radicale e credo nella scienza. E credo che l’alcol non faccia meno male, e le sigarette nemmeno”. E quella che si vende legalmente in Italia non ha “quasi nulla di thc”, anche se quella quantità minima ha allarmato le istituzioni italiane.

Il Consiglio superiore di Sanità però deve tenere conto della salute pubblica. E i suoi tecnici hanno rilevato possibili problemi per la salute di chi consuma questi prodotti. Ha confermato che è vero che il thc quando è assunto in piccole dosi, è innocuo. Ma se si abusa nel consumo di canapa light è come se si annullasse la sua “leggerezza”, potendo ottenere lo stesso effetto della marijuana illegale. Non è chiaro però al momento quanta canapa dovrebbe essere assunta, e in che modo, per ottenere lo stesso effetto.

Il rischio per l’uso terapeutico

Certo è che se fosse davvero il thc il problema, la cosa potrebbe toccare anche chi di canapa fa uso terapeutico. Farmaci come Bedrocan e Bedrolite, attualmente in commercio, contengono tracce di thc uguali se non superiori a quelle della canapa light. Aprendo un nuovo fronte in questa battaglia.

L’ultima parola spetterà comunque al ministro della Salute Giulia Grillo, che ha detto che prima di pronunciarsi chiederà un consiglio all’Avvocatura di Stato. Una decisione che verrà presa sul confine complesso tra salute pubblica e business.

 

Articolo tratto da www.agi.it

 

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